Finalista del “Concorso letterario Cultora 2016”

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Quest’anno, causa il tempo e questioni personali, ho dovuto declinare la partecipazione al Salone del Libro di Torino. Tuttavia il caso ha voluto riservarmi uno spazio inatteso alla Fiera di Roma “Più libri più liberi”.

Tempo addietro avevo infatti partecipato al concorso Cultora, con il racconto “A(c)Qua-lche passo da casa”, ed è in concomitanza dell’evento che ho ricevuto una mail di risposta. Mi veniva annunciato di essere stato selezionato tra gli autori finalisti e che l’antologia, pubblicata da Historica Edizioni, sarebbe stata presentata in occasione della Fiera.

Pochi giorni prima avevo preso appuntamento con il mio amico editor per discutere su alcuni dei miei testi e, coincidenza delle coincidenze, il posto prescelto per l’incontro era proprio quello. Così alla fine ho preso due piccioni con una fava. Anzi tre, visto che da lettore ho potuto gustare qualche chicca letteraria.

cultora

“La vita è un giro di roulette” dice un passaggio de L’ultimo giro, il mio ultimo ebook. Beh, direi che questa frase calza proprio a pennello. È un insieme di casualità, quelle che si sono succedute. Niente di cercato o di voluto.

Persino la partecipazione al concorso è avvenuta per caso. Una sera, navigando su Facebook, ho trovato un post con il bando di partecipazione. La data di scadenza era il giorno seguente e mi sono detto: “Ma si! Proviamo”. Così ho scelto al volo un racconto che rientrasse nei parametri richiesti e l’ho inviato.

Sinceramente non mi aspettavo un ritorno di qualche tipo, ma si sa, spesso le cose più belle succedono per caso.

 

Piccola parentesi.

La fiera ha offerto per forza di cose molte distrazioni, per cui col mio amico abbiamo parlato di tutto tranne che di quanto avremmo dovuto. Così, una volta fuori, abbiamo girato e rigirato attorno al Palazzo dei Congressi, a discutere del mio prossimo romanzo e di quella che sarebbe stata l’impostazione più adatta. Eravamo nel periodo in cui il gelo ha toccato picchi da record e io, freddoloso per natura, di certo quella sera non la scorderò mai.

L’ultimo giro

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ultimo-giro-cover-okPronto per una nuova lettura?

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Quella di Giorgio è una vita distrutta. Disoccupato da anni, privo ormai di ogni autostima, vive all’ombra della moglie, suo ultimo riferimento col mondo. Incolpare lei, per sfuggire ai rimpianti, è il solo modo di affrontare un’esistenza insignificante. Ma il dolore non si può ignorare per sempre. Spinto agli estremi, Giorgio dovrà presto guardarsi allo specchio e far fronte a eventi tragici dai quali non potrà più tornare indietro.

 

Una giornata più noiosa e inutile del solito. Come da anni a questa parte, Giorgio ha l’impressione che un altro pezzo di vita gli sia scivolato tra le dita. Appena rincasato si porta in bagno. Ha bisogno di sciacquare il volto per raschiare via l’amarezza di un’esistenza banale. Sta sudando, e a ogni goccia di sudore che ricade nel lavabo, mentre l’acqua gelida fende la pelle inaridita, i cattivi pensieri sembrano concedergli un attimo di tregua. Eppure quando solleva il viso, il vetro dello specchio gli restituisce un’immagine di sé che stenta a riconoscere. I suoi occhi scuri lo fissano imperscrutabili. Sopracciglia contratte, sotto forma di minaccia, scavano solchi profondi tra i seni frontali. Lo stress, in aggiunta, ha di recente scavato le guance, mettendo in risalto gli zigomi alti e conferendo alla bocca una strana piega. Sembra tagliare il viso in diagonale, con un’estremità che accenna un mezzo sorriso e l’altra che punta in basso crucciata, a disegnare una curva acuta. Un insieme di dettagli che lasciano trasparire un senso di sfida e provocazione. Lui resta lì a scrutarsi, a interrogare quegli occhi al di là dello specchio. Sembrano pretendere una qualche forma di risposta. Quale sia la domanda, però, è un incognita.

 

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G8 di Genova, 15 anni dopo. Per non dimenticare

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In memoria di Carlo Giuliani

A 15 anni di distanza dai tragici eventi di Genova, in occasione del G8 del 2001, sono tanti gli argomenti che potrei affrontare. Dai fatti della scuola Diaz, ai soprusi da parte delle forze di polizia e delle autorità giudiziarie. Dalla perdita di dignità di un’intera nazione, al tema più filosofico di come, ormai, la democrazia non sia altro che un concetto teorico e inapplicabile, un’utopia a cui si continua a credere per mera convenienza.

Tuttavia ho preferito tralasciare tali approfondimenti. In fondo, benché non fossi sul posto in prima persona, quegli eventi li ho vissuti, li ho seguiti come tanti, anche se solo dallo schermo di un televisore. Perciò, piuttosto che riflettere su ricordi lontani, con il rischio di esporre una fredda valutazione oggetiva, ho deciso di pubblicare un racconto che scrissi a suo tempo. Per quanto allora fossi solo uno scrittore in erba, ho ritenuto giusto pubblicare questo post, lasciare spazio al ragazzo che ero allora, per esporre il tutto con la naturalezza e l’ingenuità di chi un’evento lo vive.

Guerrieri metropolitani

Genova, città d’arte e di mare. Pacifica e accogliente fino a qualche giorno prima. Ora, asserragliata dai potenti, barricata da se stessa, luogo di battaglia.

G8! G8! G8!

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Non che di questo G8 me ne fottesse una mazza, ma ormai da giorni non si sentiva parlare d’altro e anche a me era venuto lo sghiribizzo di chiedermi cosa fosse. In televisione continuavano a parlare del fatidico incontro tra i boss della politica mondiale e della massa infuriata degli antiglobalisti, ai quali pareva che la cosa non andasse minimamente a genio. Nessuno, però, sembrava interessato a informare noi altri su cosa trattasse veramente questo G8. Certo, dovevano averne parlato a suo tempo. Ma chi si era perso le prime puntate era fottuto. In TV si dà spazio a quello che fa notizia. E il popolo di Seattle – mai capito perché lo chiamassero così – faceva più notizia del resto.

È così d’altronde che vanno le cose. Bisogna stare al passo con la frenesia del globo, perché nell’attimo che giri lo sguardo ti perdi. Allora ti tocca inseguire quel mondo pazzo che continua a correre e che non ha certo intenzione di fermarsi per te.

Sapevo bene di appartenere a una massa d’ignoranti. Politica, finanza e diritti sociali, non erano la mia materia. Per essere chiari, non ne capivo nulla. Il che non aveva mai costituito un problema. Non abbastanza da scuotermi o spingermi a cambiare. Non me ne importava. Tutto qui. Poi la scintilla. Quel sentirmi preso per il culo dai cronisti, quando con i microfoni in mano si aggiravano per le strade, proprio in cerca dei polli come me: chi di G8 non aveva neanche sentito parlare. Mi ero visto incellofanato e messo in bella mostra su un bancone di macelleria, con lo zeppo del prezzo conficcato tra le cosce. Allora via! Attaccato allo schermo, in cerca di tutto ciò che parlasse di questo cavolo d’incontro, nella speranza di recuperare quanto perso fino a quel momento. E un giorno dopo l’altro, sotto la raffica incessante dei media, ne ero diventato un vero fanatico.

Lo avevo trovato il fascino per la politica, anche se in  un modo tutto mio. Neanche seguissi gli incontri di box. Restavo ogni volta col fiato sospeso, chiedendomi chi l’avrebbe spuntata. Che roba i dibattiti! Tutti propensi a mettere una parolina. Ognuno in attesa di ribattere. E io pronto a prendere quanto veniva detto. Di notizie ne avevo ingurgitate a bizzeffe e, benché non afferrassi il senso molto più di prima, qualcosa nella testa mi era entrata. O almeno credevo.

In un primo momento esultai soddisfatto, convinto stupidamente di aver recuperato il tempo perso. Ma bastò poco per rendermi conto della mia illusione. Cosa potevo aver capito in fondo, se ero incapace di dar ragione a una o all’altra parte? Troppe notizie. Troppi concetti da assimilare. Troppe lingue a dire la propria. E poi tutti cosi bravi a parlare. Tutti professionisti nell’arte del rincoglionimento, che per i poveri cristi come me, con poca cultura alle spalle, non rimaneva che chiedere qui e là a chi ne capiva di più. Quando trovavo un anima pia, disposta a dedicarmi un po’ di tempo, cercavo di capire chi fosse nella mischia a prendermi per il culo. Certo, in guerra ci si difende com’è possibile. Questa guerra fra titani però… dove io ero parte del bottino… si combatteva a mezze frasi e discorsi programmati. Così, da povero ignorante, mi ero rassegnato a non capire un accidenti di quell’impiccio che è la politica. Meglio gli articoli sullo sport, dove tutto appare chiaro, semplice, e non serve sforzarsi per capire.

392225 02: An anti-G8 protester throws a tear gas canister back at police while a car burns nearby during street fighting July 21, 2001 in Genoa, Italy. Several thousand violent protesters battled with police and destroyed property for a second day as G8 leaders met in a heavily guarded palace for their summit. (Photo by Sean Gallup/Getty Images)

D’altronde ormai è passato il tempo di capire. Ora le immagini parlano da sole. Prima era politica. Poi era audience. Adesso… E adesso? Guerriglie urbane che si combattono sullo schermo. O forse no? C’è chi parla di figure misteriose nei retroscena. Di qualche sobillatore che muove le pedine e che nel vedere questi casini ci gode proprio tanto, perché per lui sono la ciliegina sulla torta. Chissà? Forse è anche vero, ma a me non frega più di tanto. Cambierebbe ben poco.

Tutto è iniziato con una manifestazione pacifica. E sembrava proprio che le cose dovessero continuare così. “No alla Violenza!” dicevano gli slogan. Adesso invece le immagini che mostrano… Profetiche le parole dei giorni prima. Il mondo si è capovolto tutt’a un tratto. Ora è la pazzia a dominare. Ragazzi facinorosi riversano la propria rabbia su quanto li circonda. vetrina È ovunque quell’esercito di cavallette. Mentre giro i canali, continuo a chiedermi il perché. Spranghe di ferro, mazze di legno, pietre o bottiglie, tutto va bene per distruggere. Ne osservo incuriosito uno fra tanti, impegnato nel frantumare quel che rimane di una vetrina ormai distrutta da tempo. Che diavolo gli dice la testa? Sono questi i giovani d’oggi? Sembra che gli ideali se li siano persi per strada. Che vogliano combattere solo per gridare al mondo: “Guardami! Ci sono anch’io”.

Gli altri, che forse si ritengono nel giusto per il solo fatto di indossare una divisa, di manganellate ne ammollano anche loro senza tante cerimonie. Li vedi anche avventarsi su una persona stesa in terra, che la forza per alzare la voce non ce l’ha più, e via con i calci, a finire un lavoro lasciato a metà da qualcun altro. E pure se di quella brodaglia non si vuole far parte, qualche generoso ammolla lo stesso un paio di mazzate, senza più un perché. In fondo a far baruffa ci godono anche questi.

An anti-globalization group of protestors make a performance in front of the Italian embassy in central Barcelona, July 24, 2001. The group protested the death of Carlo Giuliani and the actions of the Italian police during the G-8 summit in Genoa last weekend.

 Al di qua dello schermo, penso a qualche ora prima. Me ne vergogno un po’ a dirlo, ma dopo tutti quei timori che c’erano stati… “Al lupo!” si è gridato un giorno dopo l’altro. “Qualche sovvertitore”, si era detto. Lo hanno ripetuto all’infinito quelli dei Tg. Così, mentre speravo per il meglio, il marciume mi era entrato nel sangue, esternando una parte di me che non credevo potesse esistere. Nello schermo della tv, ho visto la mia immagine riflessa al rovescio.

«Me l’hanno promesso!» è esplosa spazientita quest’anima nascosta. «Tafferugli hanno detto. E ora li voglio vedere».

Ve lo immaginate? Mi sono guardato attorno, per paura che qualcuno potesse entrarmi in testa. In quell’attimo lo avrei creduto possibile. Per fortuna ero solo. Eppure mi vergogno ancora per quelle parole, anche se a pronunciarle è stato il tizio nello schermo. Ho cercato una giustificazione qualsiasi, alla fine però ho dovuto arrendermi all’evidenza: una parte di me vede il tutto come un gioco, dove anche il peggiore dei mali sarebbe pura invenzione. Dopotutto, la vita un gioco lo è per davvero. Dove però quando perdi ti incazzi di brutto. Prendi a gridare. E gridi finché non ti stanchi e capisci che a nessuno frega un accidenti se, nella mischia, ci stai per far casino o semplicemente per protesta. Come i poveri sfigati che lì mezzo ci son finiti per caso. Stanno là, come pezzi sparsi su una scacchiera senza regole.

Comodo sul divano di casa, continuo a osservare quanto accade. Tutto quello che agli inizi suscitava scalpore è divenuto routine. Pochi attimi, perché ogni cosa venga inghiottita dal trantran quotidiano. Vetrine sfasciate, insegne abbattute, grida, accuse e minacce, luoghi e persone, un avvicendarsi di scene sempre uguali. Allora l’immagine cambia. Si torna in studio, altrimenti cala l’audience. Mentana fa il suo show, aggiunge particolari, commenta, cerca di ravvivare una scena che ha perso di colore. Sento dire: “Ci sono appena giunte le voci…” o “Sembra che un gruppo di ragazzi…” Poi l’immagine cambia di nuovo per tornare sul campo di battaglia, ma stavolta, inquadrata a tutto schermo, c’è la faccia dell’inviato. Le sue parole tornano a stuzzicare la mia curiosità. Almeno di quella parte di me che ci sguazza in storie del genere.

«I tumulti non sembrano arrestarsi», dice. «Pare anzi che stiano prendendo il via anche in questa parte della città».

Alle sue spalle, in lontananza, si vedono i ragazzi armarsi di quel che trovano. Lanciano oggetti di ogni tipo. Le forze dell’ordine, in tutta risposta, partono alla carica e ammollano manganellate e calci e pugni.

«In fondo se ci godono loro, nel darsele di santa ragione, che si ammazzino pure!» dico a voce alta.

Giusto il tempo di terminare la frase. E dallo schermo spunta un ragazzo steso in terra. Ha il volto coperto da un passamontagna e la testa in una pozza di sangue. g8-giuliani primo piano«Cazzo!» dico incredulo, e con gli occhi sgranati resto a osservare quel corpo di nessuno che diviene un simbolo per molti.

Ripenso agli anni passati, al tempo in cui vivevo con i miei. Rivedo mia madre, quando partivo per un viaggio. Ogni volta mi guardava come se fosse l’ultima, con la paura dipinta sul volto. E ora, quante madri si staranno tormentando? Le immagino a supplicare il Signore. A pregare perché il ragazzo sullo schermo, non sia lo stesso che pochi giorni prima  si è chiuso la porta alle spalle, dicendo: «A presto».

Eppure, tra le tante, ce n’è una che il figlio l’ha perso davvero. Forse, se potesse, non la toglierebbe mai la maschera al milite ignoto.

Ora cosa importa a quale gruppo si appartiene? Si sono spenti i bollori di poco prima. Un turbine di violenza ci ha riportati nel mondo reale e i giochi sono finiti tutt’a un tratto. Provo uno strano senso d’amarezza in quest’istante, ma dopotutto che importanza ha? Un colpo di telecomando e tutto cesserebbe di esistere. Basteranno pochi giorni, perché di quel ragazzo, che la pelle ce l’ha lasciata, non gliene freghi più niente a nessuno. A piangerlo saranno solo amici e parenti. D’altronde è così che va il mondo, le notizie corrono e bisogna stare al passo coi tempi, altrimenti ti perdi. Anzi! Meglio girare prima che cominci “Beautiful”, altrimenti mia moglie chi la sente?

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Una vita da guardare

Racconti

Ogni giorno, nel pomeriggio, faccio un salto a un piccolo centro vicino casa mia e il tempo che ci passo varia di volta in volta. Magari qualche minuto, tanto per salutare gli amici, o chissà…? Mi fermo il resto della giornata. Insomma, è l’umore che mi porta. L’interno è spazioso. Accogliente, con sedie divani e poltroncine. E non mancano certo i tavolini per chi prende da bere o mangiucchia qualcosa. In più c’è un giardinetto appartato dove stare al fresco in santa pace. Ma non chiedetemi i particolari, perché non saprei veramente cosa dirvi. O meglio! Particolari potrei darvene tanti e tanti, ma non come siete abituati voi. Oh, quasi scordavo! Il Circolo dei ciechi. Si chiama così il centro di cui parlo. Il nome non sta certo lì a far scena, quindi capite da voi. Se mi soffermassi a dettagliarvi i particolari, andremmo su un’altra storia. Invece quella che ho da raccontare è una cosa che mi è accaduta due o tre settimane fa.

Ero lì al centro a parlottare con Mario del più e del meno, quando mi venne l’assurda idea di chiedergli: «C’è una vita… Cioè, sicuramente ce ne saranno molte, ma… Quale è la vita che veramente vorresti al posto di questa?»

Cosa strana, stranissima, lo sentii voltarsi verso di me e, non so perché, feci altrettanto. Lui doveva averlo intuito, dato che rimase in silenzio una decina di secondi lasciandomi penzolare dalle sue labbra. Mi chiedevo cosa stesse pensando. Paradossalmente mi sentivo osservato. E fu proprio quello a spalancarmi gli occhi. Capii l’idiozia e la comicità della mia domanda. Eravamo là, due ciechi, uno a chiedere all’altro cosa volesse dalla vita. Scoppiammo in una lunga risata.

«Certo che sei imbecille forte», disse Mario.

«A volte capita che non ci pensi», risposi.

«Eh, già! Uno come te se lo può anche dimenticare».

Sapevamo entrambi di desiderare una sola cosa dalla vita. Una cosa però, che nessuno ci avrebbe mai dato. Una vita a colori. Entrambi avremmo fatto di tutto per strappare anche un’occhiata veloce in quel mondo fatto di tenebre.

«Comunque tu sei fortunato in fin dei conti», disse Mario.

«Come fortunato?»

«Be’… Tu cieco ci sei nato, ma io una volta ci vedevo».

«E io sarei il fortunato? Tu casomai, che almeno il mondo l’hai visto».

«Già! Ho visto. E adesso…? Mi è rimasto il ricordo, di quanto ho visto».

La voce di Mario era cambiata. Capii che qualcosa non andava. Il tono scherzoso si era fatto lentamente serio, frustrato.

«Cosa c’è?» chiesi.

«Che vuoi che dica? Tu non hai mai visto. Non hai perso niente in realtà. Come fai a capire?»

«Capire che?»

Mario non disse nulla. Lo sentii mugugnare qualcosa di incomprensibile. Poi le sue dita iniziarono a battere a raffica sul tavolo con la precisione di un orologio svizzero.

«Allora?» tornai a dire. «Cosa dovrei capire?»

«La sofferenza. Ma quella vera, che ti rode via l’animo al pensiero che non vedrai più un fiore, un volto conosciuto».

«E perché non dovrei capirti?» ribattei. «Stiamo sulla stessa barca».

«No invece!» eruttò Mario «Tu non hai la minima idea di cosa sia la luce, non l’hai mai vista. Vorresti vederla, ma non sai com’è in realtà. Io invece lo so, l’ho vista, e il non poterla vedere di nuovo è un macigno che resta lì e non se ne va».

«Ad ogni modo neanche a me dispiacerebbe aprire gli occhi una buona volta e capire quello che c’è là fuori».

«Hai ragione. In fondo qui dentro vorremmo tutti una sola cosa».

Mario era tornato quello di sempre. Ancora un po’ scosso forse per quanto si era detto, ma era il Mario di sempre. «Ah…!» esclamò. «Se solo le parole potessero esprimere la bellezza di un bagliore, o descrivere la moltitudine di colori che rivestono gli oggetti o le persone, ne avrei di cose da raccontarti. Ma è inutile. Le parole non servono a nulla»

Ci lasciammo così, senza aggiungere altro e d’allora non riesco più a dormire bene. Ho anche smesso di frequentare il circolo. Penso di continuo alle parole di Mario. Al suo modo di descrivere un mondo a colori. All’esaltazione  della luce e delle immagini nella loro bellezza. Cosicché, quello che mi ero rassegnato a vedere come un semplice desiderio impossibile, tra l’altro indecifrabile, si è mutato in una sorta di folle delirio. Una bramosia incontrollata, per quel chiarore sconosciuto che mi avvolge e mi sfugge al tempo stesso.

E se penso che tutto è iniziato per una domanda… Perché non sono stato zitto, mi chiedo. Ma ormai non ha importanza. Come nient’altro d’altronde. A questo punto niente ha più importanza. Tanto so che quello splendore di cui parlava Mario non lo vedrò mai, quindi è inutile stare a pensarci. Ora esco e faccio un salto al circolo. Gli amici saranno felici di rivedermi. Si fa per dire.