Festa della Repubblica: Ma siamo sicuri?

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2 giugno. Si festeggia la nascita della Repubblica. O almeno così si dice.

Ma siamo sicuri che ci sia da festeggiare?

Mi chiedo se oggi, mentre depositeranno la solita corona d’alloro innanzi all’Altare della Patria, il Milite Ignoto non si rivolterà nella tomba, chiedendosi se il suo sacrificio e quello di tanti altri sia valso veramente a qualcosa.

Dopo due guerre mondiali, tre quarti di secolo monarchico e un ventennio fascista… gli italiani sono finalmente liberi di scegliere e, il 2 giugno del 1946, in occasione del referendum istituzionale, dicono “sì” alla Repubblica.

Costituzione_della_Repubblica_Italiana

Prima pagina dell’originale della Costituzione custodito presso l’archivio storico della Presidenza della Repubblica

 

Certo, se ci trovassimo ancora negli anni ottanta, i bei tempi del boom economico, non ci sarebbe di che dire. Ma al giorno d’oggi è forse il caso di voltarsi e fermarsi a riflettere. Perché è vero che indietro non si torna e la storia non si cambia, ma qui c’è qualcosa che non quadra.

Se l’hanno chiamato Repubblica, dal latino “res publica” e cioè “cosa pubblica”, ci sarà pure un motivo, ma in quest’epoca il significato di tale parola è più sfuggente che mai. Ricordiamoci inoltre che lo Stato si fonda su quel pezzo di carta imbrattato d’inchiostro che siamo soliti definire Costituzione della Repubblica Italiana.

Allora forse, prima di fare festa, sarebbe il caso di ricordarsi cosa dice la Costituzione, provare a guardarsi attorno, e chiedersi: “Ma è veramente questo ciò che volevamo?”

 

Certo questi articoli sono belli e a leggerli si prova gusto. Ma se poi si tenta di dare un significato pratico alle parole, si fatica a collocarli nella vita realè. E si che ho tentato, ma più che trovare incoerenze non sono riuscito a fare.

 

 

ART. 1.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

 

Capito bene questo articolo? “Fondata sul lavoro” dice la Costituzione. Ma considerando che il lavoro è ormai un essere alieno, sconosciuto a buona parte della popolazione, viene da chiedersi se, nella realtà, l’Italia esista ancora, o sia solo un’illusione nell’immaginario collettivo. Allo stesso livello dell’utopia di un Popolo Sovrano, che al momento di votare è però costretto al gioco delle tre carte, perché ormai gli ideali che distinguevano i partiti sono roba surclassata e, che si voti destra, centro, o sinistra, il risultato non cambia.

 

ART. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

 

Ecco! Questo è interessante. Limitiamoci a fare una risatina sul fatto che tutti siano uguali davanti alla legge e saltiamo a piè pari alla seconda parte. Non credo di essere il solo a pensare che, a incancrenire sempre più il paese, è la stessa politica, i cui rappresentanti (emblemi viventi delle diseguaglianze economico-sociali) continuano ad apportare più danno che beneficio allo sviluppo individuale e collettivo. E allora quale sarebbe il compito della Repubblica? Forse sbarazzarsi della politica, che equivarrebbe ad annientare se stessa?

 

ART. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

 

Ora… Se ci viene riconosciuto un diritto e noi non ne approfittiamo, vuol dire solo che siamo degli idioti. Come dite? Oh, già! È che giustamente la seconda parte della frase, laddove si parla di promuovere le condizioni che rendano effettivo tale diritto, ai piani alti devono averla dimenticata. Ma posso capirlo. Col regredire del livello culturale e il propagarsi dell’ignoranza, forse oggi non è più facile intuire che la lettera “e” svolge la funzione di congiunzione tra due frasi. Ad ogni modo, noi dimostriamogli di essere superiori e che il nostro dovere lo vogliamo fare fino in fondo (d’altronde ci lasciano anche la scelta). Bisogna progredire. E se il lavoro non c’è, pazienza. Su con lo spirito!

ART. 5.

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

 

A questo ci posso credere. Perché il giorno che si dividerà, vorrà dire che i soldi saranno finiti per davvero e i politici cominceranno ad azzuffarsi tra loro per accaparrarsi gli ultimi avanzi. Ma fino ad allora, la Repubblica è, e resterà, “una e indivisibile”.

 

ART. 7.

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

 

La Chiesa è sovrana. Okay! Lo Stato… se proprio non vogliamo tener conto delle banche, dei politici corrotti, delle lobby monopolistiche, dei sotterfugi di potere… Va bene, è sovrano anche lo Stato.

 

Insomma, che dire? Quanto vorrei tornare agli anni ottanta, quando le fette di prosciutto sugli occhi le si teneva volentieri, quando il magna-magna dei politici non disgustava nessuno, perché tanto ce n’era per tutti e un occhio lo si chiudeva di buon grado. Eh, sì! Tornerei volentieri indietro e, come me, credo tanti altri. Ma ormai siamo qui e ci si resta. Si può solo andare avanti.

E allora via, celebriamo il 2 giugno, Festa della Repubblica Italiana. Però ricordiamo che quella di oggi non è una semplice celebrazione, ma cronaca, disperazione viva che dilaga tra la gente, per cui decidiamo una volta per tutte cosa celebrare, se una morte o una rinascita. Prendiamoci un istante e ricordiamo gli ideali che l’hanno fatta sorgere questa benedetta Repubblica, perché se abbiamo pagato la Costituzione con vite, sangue e sacrifici, non è certo per ridurla a un inutile pezzo di cartastraccia. È tempo che quelle parole tornino ad aleggiare nell’aria, che si possano di nuovo toccare con mano nella vita di tutti i giorni. Per cui diciamolo a voce alta, diciamolo insieme, diciamolo in tanti: “Sveglia cara Repubblica. Oggi si nasce, non si muore”.

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