Una vita da guardare

Racconti

Ogni giorno, nel pomeriggio, faccio un salto a un piccolo centro vicino casa mia e il tempo che ci passo varia di volta in volta. Magari qualche minuto, tanto per salutare gli amici, o chissà…? Mi fermo il resto della giornata. Insomma, è l’umore che mi porta. L’interno è spazioso. Accogliente, con sedie divani e poltroncine. E non mancano certo i tavolini per chi prende da bere o mangiucchia qualcosa. In più c’è un giardinetto appartato dove stare al fresco in santa pace. Ma non chiedetemi i particolari, perché non saprei veramente cosa dirvi. O meglio! Particolari potrei darvene tanti e tanti, ma non come siete abituati voi. Oh, quasi scordavo! Il Circolo dei ciechi. Si chiama così il centro di cui parlo. Il nome non sta certo lì a far scena, quindi capite da voi. Se mi soffermassi a dettagliarvi i particolari, andremmo su un’altra storia. Invece quella che ho da raccontare è una cosa che mi è accaduta due o tre settimane fa.

Ero lì al centro a parlottare con Mario del più e del meno, quando mi venne l’assurda idea di chiedergli: «C’è una vita… Cioè, sicuramente ce ne saranno molte, ma… Quale è la vita che veramente vorresti al posto di questa?»

Cosa strana, stranissima, lo sentii voltarsi verso di me e, non so perché, feci altrettanto. Lui doveva averlo intuito, dato che rimase in silenzio una decina di secondi lasciandomi penzolare dalle sue labbra. Mi chiedevo cosa stesse pensando. Paradossalmente mi sentivo osservato. E fu proprio quello a spalancarmi gli occhi. Capii l’idiozia e la comicità della mia domanda. Eravamo là, due ciechi, uno a chiedere all’altro cosa volesse dalla vita. Scoppiammo in una lunga risata.

«Certo che sei imbecille forte», disse Mario.

«A volte capita che non ci pensi», risposi.

«Eh, già! Uno come te se lo può anche dimenticare».

Sapevamo entrambi di desiderare una sola cosa dalla vita. Una cosa però, che nessuno ci avrebbe mai dato. Una vita a colori. Entrambi avremmo fatto di tutto per strappare anche un’occhiata veloce in quel mondo fatto di tenebre.

«Comunque tu sei fortunato in fin dei conti», disse Mario.

«Come fortunato?»

«Be’… Tu cieco ci sei nato, ma io una volta ci vedevo».

«E io sarei il fortunato? Tu casomai, che almeno il mondo l’hai visto».

«Già! Ho visto. E adesso…? Mi è rimasto il ricordo, di quanto ho visto».

La voce di Mario era cambiata. Capii che qualcosa non andava. Il tono scherzoso si era fatto lentamente serio, frustrato.

«Cosa c’è?» chiesi.

«Che vuoi che dica? Tu non hai mai visto. Non hai perso niente in realtà. Come fai a capire?»

«Capire che?»

Mario non disse nulla. Lo sentii mugugnare qualcosa di incomprensibile. Poi le sue dita iniziarono a battere a raffica sul tavolo con la precisione di un orologio svizzero.

«Allora?» tornai a dire. «Cosa dovrei capire?»

«La sofferenza. Ma quella vera, che ti rode via l’animo al pensiero che non vedrai più un fiore, un volto conosciuto».

«E perché non dovrei capirti?» ribattei. «Stiamo sulla stessa barca».

«No invece!» eruttò Mario «Tu non hai la minima idea di cosa sia la luce, non l’hai mai vista. Vorresti vederla, ma non sai com’è in realtà. Io invece lo so, l’ho vista, e il non poterla vedere di nuovo è un macigno che resta lì e non se ne va».

«Ad ogni modo neanche a me dispiacerebbe aprire gli occhi una buona volta e capire quello che c’è là fuori».

«Hai ragione. In fondo qui dentro vorremmo tutti una sola cosa».

Mario era tornato quello di sempre. Ancora un po’ scosso forse per quanto si era detto, ma era il Mario di sempre. «Ah…!» esclamò. «Se solo le parole potessero esprimere la bellezza di un bagliore, o descrivere la moltitudine di colori che rivestono gli oggetti o le persone, ne avrei di cose da raccontarti. Ma è inutile. Le parole non servono a nulla»

Ci lasciammo così, senza aggiungere altro e d’allora non riesco più a dormire bene. Ho anche smesso di frequentare il circolo. Penso di continuo alle parole di Mario. Al suo modo di descrivere un mondo a colori. All’esaltazione  della luce e delle immagini nella loro bellezza. Cosicché, quello che mi ero rassegnato a vedere come un semplice desiderio impossibile, tra l’altro indecifrabile, si è mutato in una sorta di folle delirio. Una bramosia incontrollata, per quel chiarore sconosciuto che mi avvolge e mi sfugge al tempo stesso.

E se penso che tutto è iniziato per una domanda… Perché non sono stato zitto, mi chiedo. Ma ormai non ha importanza. Come nient’altro d’altronde. A questo punto niente ha più importanza. Tanto so che quello splendore di cui parlava Mario non lo vedrò mai, quindi è inutile stare a pensarci. Ora esco e faccio un salto al circolo. Gli amici saranno felici di rivedermi. Si fa per dire.

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